Appunti, il treno in Roberto Zucco

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La ricerca della propria identità è faticosa, un continuo inciampare, una continua corsa, un continuo movimento. Così dovrebbe apparire: “in movimento” ma spesso questo processo si articola in luoghi (e non luoghi) ancora non comprensibili. L’istinto non è certamente razionale, non è scientifico o strategico, non si basa su valori assoluti.

L’impulso è innato e fa capo a caratteristiche relative all’individuo. La società formata invece da caratteristiche assolute predispone delle regole per poter convivere. Ma se queste regole sono in contrasto con l’identità dell’individuo, e quindi con il proprio istinto si crea un conflitto. “l’infelicità comune si rivela nella sofferenza psichica del singolo” (Ehrenberg).

La Morte – la Morte di cui ti parlo – non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo. È prima di scalarlo che muo­ri. Colui che danzerà sarà morto – deciso a tutte le bellezze, capace di tutte. Allorché apparirai, un pal­lore – no, non parlo della paura ma del suo opposto, di un’audacia invincibile -, un pallore ti ricoprirà. Malgrado il belletto e i lustrini, sarai esangue, e livi­da la tua anima. Allora la tua precisione sarà perfetta. Quando nulla ti terrà più legato al suolo, potrai danzare senza cadere. Ma bada di morire prima di apparire, e che sia un morto a danzare sul filo. 

Il funambolo – Genet

Probabilmente la morte di cui parla Genet è la morte dell’individuo per la società, è la morte de “Il fu Mattia Pascal”. Se si persegue se stessi, la morte è inevitabile, è inevitabile morire per chi ci è vicino. È inevitabile perdere i riferimenti dalla società e diventarne un estraneo. Un funambolo è colui che dedica tutta la sua vita a poter stare in equilibrio su un filo d’acciaio di 7 millimetri, non è certo qualcuno che ha qualcosa perdere (reputazione, lavoro) non fa parte di quel sistema di rondelle e ingranaggi che è la società. È proprio quel bullone fuori posto che una volta uscita dalla macchina continua a girare per conto proprio.

Il funambolo viene visto come un morto che non può far parte della macchina ed è morto ancor prima di mettere piede sul filo d’acciaio.

Essere morti, è una fatica dura.
Un ímprobo ricupero di forze,
per avvertire un po’ d’eternità.

La prima elegia – Rilke

La fuga, l’evasione e l’invisibilità diventa la via di mezzo per cercare di convivere con la comunità. Porsi invisibili e diventare in attaccabile dalla società è la condizione necessaria per poter essere se stessi. La figura che ricorre spesso nel “Roberto Zucco” di Koltes è quella del “treno”. Il treno oltre ad essere un luogo abitabile in continuo movimento è quel luogo dove non si è veramente da nessuna parte eppure si va in una direzione precisa e implacabile.

“Non si cerca di rimettere sui binari un treno che ne è uscito” – MADRE (Scena 2, Roberto Zucco, Koltes). 

Il treno è il simbolo della centralità dell’individuo. Essere centrato avere ottusamente chiaro chi si è e dove si vuole andare, per raggiungere implacabilmente i propri obiettivi. Stare sui binari significa stare su un percorso ben definito, la via più sicura, la via più comoda per muoversi, non ci si può perdere se si seguono i binari se si segue il percorso prestabilito. Il funambolo non è un treno, non ha obiettivi condivisi dalla società, ma possiede suoi obiettivi nascosti anche a se stesso. Obiettivi che sono misteriosi e che non hanno delle direzioni chiare, portano facilmente a perdersi e a deragliare.

Essere se stessi diventa una lotta per la sopravvivenza perchè essere un treno fuori dai binari non è altro che essere un treno inutile. Un treno che non ha un ruolo chiaro, non ha un obiettivo definito ed è considerato come un morto per la società.

Durante la scena del METRÓ, Zucco, incontra il Vecchio Signore quasi un suo alter ego che gli racconta di essersi perso nella metro ed è finalmente contento di stare nell’invisibilità. Ma più parla di questa condizione, inizia a capire che si è trattato in fin dei conti di uno sbaglio. Perché quello oscuro mondo di tunnel fatto di tutti quei labirinti di cui non conosceva l’esistenza inizia a spaventarlo. Questa preoccupazione tocca anche Zucco che si rivede in lui e inizia ad aver paura anche del suo percorso.

Questa paura a cascata si ripercuote sul resto del testo, rendendo sempre più presente la difficoltà di mettere a fuoco se stesso. Verso le ultime scene chiede dei soldi per acquistare dei biglietti del treno, per tornare forse sui suoi passi, per provare a tornare sui binari e tornare ad avere una funzione nella società.

Roberto Zucco in prova

Nella penultima scena Zucco si consegna e alla domanda “Lei chi è?” Di un poliziotto, risponderà:

ZUCCO: Sono l’assassino di mio padre, di mia madre, di un ispettore di polizia e di un bambino. Sono un assassino.

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